Spigolature di storia glocale

Tosatori bagnolesi in Puglia

Nello Stato delle anime dell’anno 1795 della Parrocchia di S. Maria Assunta in Bagnoli (oggi Bagnoli del Trigno), conservato presso il locale archivio parrocchiale [1], in ultima pagina, è riportato il seguente appunto:

Domenico Costanza, figlio delli quondam [defunti] Costantino e Casimira Moccia coniugi, marito di Carminella Manzo, andò con gli altri tosatori di pecore in Puglia nel mese di Marzo 1795, facendo da Caporale Crescenzo Trotta. Detto Domenico cadde malato, disse di volersi andare a salassare nello spedale di Foggia, o altro, e si partì. Fatte le ricerche non si è potuto trovare non si sa se morto in qualche … o per strada; ciò ci riferiscono detto Crescenzo Trotta, Crescenzo Sfirra, ed altri di detta compagnia, è morto ma dove non si sa perché più non è rimpatriato.


La tragica notizia della scomparsa di Domenico Costanza diligentemente riportata dal parroco di S. Maria Assunta, don Andrea Pascasio, nel lontano 12 aprile 1795 ci informa, indirettamente ma con precisione, di alcuni aspetti importanti della realtà lavorativa e sociale bagnolese, e più in generale molisana, del tempo.

L’appunto ci conferma che anche i Bagnolesi erano coinvolti nelle migrazioni stagionali legate alla transumanza delle greggi tra Abruzzo e Puglia che ad ogni autunno comportava la discesa nel Tavoliere di milioni di capi di bestiame e decine di migliaia di pastori ed altri lavoratori agricoli, che sarebbero poi tornati sui pascoli montani e ai loro paesi di origine alla primavera successiva.

Da ricerche di storia del Molise antiche e più recenti sappiamo già che ciascuna delle diverse aree del territorio molisano riforniva specifici settori della molteplice manodopera necessaria alla transumanza oltre a quella più specificatamente dedicata alla cura delle pecore: boscaioli, carbonari, osti, bettolieri, scalpellini, tavernari, fornai, panettieri, ramai, calzolai, falegnami, scopettieri, funari, imbastari, fiscellari, agrimensori componevano quel composito e variopinto mondo continuamente in movimento lungo i tratturi distesi tra Abruzzo e Puglia. Dai paesi dell’Alto e Altissimo Molise e da quelli abruzzesi provenivano, soprattutto i pastori e le altre figure professionali legate alla trasformazione del latte ( casieri, casari, ecc.). Dai centri del Basso Molise, limitrofi alla Capitanata ˗ come si chiamava allora la pianura foggiana ˗ partivano soprattutto mietitori e altri lavoratori agricoli dediti alla coltivazione del latifondo cerealicolo estensivo, anch’essa attività stagionale come la transumanza. Dai paesi del Molise centrale, del Medio Trigno, oltre a molti pastori, mietitori, artigiani (gli arrotini di S. Elena, i caldarari di Agnone e Frosolone), partivano soprattutto gli addetti ai servizi per la transumanza come, ad esempio, i vetturari (cioè gli addetti alle vetture, le bestie da soma per il trasporto di tutto l’armamentario necessario alla vita seminomade propria della transumanza) di Pescolanciano citati dall’abate Longano alla fine del Settecento[2]; così come i tosatori di pecore di Bagnoli. Era in verità, come ci dice sempre Longano, tutta l’area del Molise centrale, con i paesi di Bagnoli, Caccavone, Civitanova, Torella, Molise, Pietracupa, Castropignano, tutti centri allineati lungo i tratturi Celano – Foggia e Lucera – Castel di Sangro, a fornire in particolare tosatori.

Dalla data della partenza dei tosatori bagnolesi, il mese di marzo, deduciamo che questa categoria di lavoratori non scendeva in Puglia al seguito delle greggi. Queste passavano nelle pianure tutto l’inverno partendo tra il 29 settembre - festa della dedicazione al patrono dei pastori, S. Michele Arcangelo, della Basilica a Monte Sant'Angelo di Foggia - e il 25 novembre, giorno dedicato a Santa Caterina. Ripartivano poi per la montagna l'8 maggio, anniversario dell'apparizione di San Michele al Gargano. I tosatori invece si recavano negli stacci del Tavoliere soltanto all’inizio della primavera, appunto tra marzo e aprile quando, con l’arrivo dei primi caldi la tosatura degli animali si rendeva necessaria e c’era dunque lavoro per loro.

Apprendiamo anche che i tosatori bagnolesi erano organizzati in squadre – quelle di mietitori si chiamavano paranze – reclutate e coordinate da un caporale. La condizione sociale del caporale era evidentemente diversa, di più alta collocazione, nella gerarchia sociale della comunità locale rispetto a quella dei semplici tosatori. Una condizione di prestigio, legata al “capitale sociale” che egli possedeva in virtù delle relazioni, economiche e sociali, che riusciva a costruire con gli armentari – i grandi proprietari di greggi - e i loro massari che gestivano le masserie di pecore nelle diverse locazioni in cui le greggi transumanti venivano distribuite nella pianura foggiana. Era infatti il caporale ad assumere l'incarico dei lavori, in questo caso quelli di tosatura, e poi a retribuire direttamente i suoi uomini che reclutava nel proprio paese di origine.

Ma chi erano, più precisamente, il tosatore di pecore Domenico Costanza, l’altro membro della squadra Crescenzo Sfirra e il caporale Crescenzo Trotta che, alla fine del Settecento, da Bagnoli si avventuravano ad ogni stagione nel malarico e pericoloso Tavoliere di Puglia? Lo Stato delle anime del 1795 ci aiuterà ancora a saperne di più.

Domenico Costanza era figlio di Costantino e Carmina Moccia e nel 1795, l’anno in cui sarebbe morto, aveva 35 anni. Risulta registrato alla casa n. 62 della parrocchia di S. Maria Assunta, dunque nella Terra di Coppa, come viene chiamata, oggi come allora, la parte più alta del paese. Con lui vivevano la moglie, trentenne, Carmina Manzo, del fu Domenico e di Patrizia Pricciolo di Civitavecchia (oggi Duronia), i loro tre figli, Antonio di 6 anni, Maria Nicoletta di 4 , il piccolo Antonio di appena 2 mesi e Domenico, figlio di Carmina avuto da una precedente relazione, che di anni ne aveva 10.

Due case più avanti, alla numero 62, abitava Crescenzo Trotta, il caporale della squadra di tosatori di cui faceva parte Domenico Costanza. Crescenzo era figlio di Bonifacio e Berardina Di Tullio, entrambi già deceduti. Insieme a lui troviamo sua moglie Orsola Potestate figlia dei defunti Lionardo ed Ermenegilda Rossi. I due avevano rispettivamente 60 e 52 anni. Con loro vivevano il figlio Domenicantonio, di 23 anni, la moglie di questi Domenica Potestate (di Gennaro e Serafina Di Jacovo) di 19 anni e gli altri fratelli di Domenicantonio, Donato Costanzo di 21 anni, Fernanda di 19, Pietrangelo di 14 e Nicola, la cui età non è indicata.

Nella casa numero 144 abitava invece Crescenzo Sfirra, l’altro membro della squadra di tosatori, figlio dei defunti Felice e Anna Ciarniello, che aveva 70 anni. Con lui sua moglie Angela Potestate di Horatio e Domenica Sezza (? parola quasi illeggibile), anch’essa di 70 anni. Nella stessa casa anche il fratello di Angela, Gennaro Potestate di 67 anni, sua moglie Serafina Di Jacovo (dei defunti Angelo e Carmina Di Russo della parrocchia di S. Silvestro) e il loro figlio Michelangelo di 23 anni, marito di Berardina Trotta, 25 anni, figlia di Crescenzo Trotta e Benedetta Potestate. C’era, infine, anche Maria, sorella di Michelangelo.

Le famiglie Trotta, Sfirra e Potestate appaiono dunque strettamente imparentate. I due capifamiglia, i due Crescenzo, Trotta e Sfirra, avevano entrambi sposato una Potestate, probabilmente cugine. Michelangelo Potestate, nipote di Crescenzo Sfirra e figlio di Gennaro Potestate aveva sposato Benedetta figlia di Crescenzo Trotta. Domenicantonio Trotta, figlio di Crescenzo aveva a sua volta sposato Domenica, figlia di Gennaro Potestate e Serafina di Jacovo. Un matrimonio incrociato tra due coppie  fratello - sorella che certo aveva rinsaldato i legami tra le due, anzi le tre, famiglie.

Possiamo dunque dire che il reclutatore, il cosiddetto caporale, aveva formato la squadra di tosatori bagnolesi che egli stesso avrebbe guidato in Puglia reclutandone i componenti tra i suoi parenti e i suoi vicini di casa; attraverso una rete di relazioni sociali di tipo familiare e vicinale, nelle quali la dimensione comunitaria svolgeva un ruolo centrale.

Di più lo Stato delle anime del 1795 non ci dice. Ci ha però aiutato a riportare alla luce frammenti della vita di persone comuni, le cui vicende non hanno lasciato tracce evidenti nelle fonti storiche e che per questo restano solitamente escluse dalla ricostruzione del passato, del quale invece furono, come abbiamo visto, protagonisti, con le loro scelte, il loro lavoro, a volte il loro sacrificio.

Riportare alla luce piccoli brani delle loro vicende serve forse a rendere loro un poco di giustizia; in particolare al povero Domenico Costanza, migrante stagionale del diciottesimo secolo, ammalatosi e perso nelle immense plaghe allora malariche e infìde del Tavoliere di Puglia alla ricerca di pane per la sua numerosa famiglia, e alla povera e sfortunata Carminella che, già ragazza madre, in quel marzo del 1795, a soli trent’anni, doveva restare vedova, con quattro figli dei quali l’ultimo di appena due mesi. Nostri antenati, ma antenati anche di quegli altri migranti dei nostri giorni che naufragano e muoiono nelle acque del canale di Sicilia e in altre, troppe, parti del mondo.



[1] Archivio storico parrocchiale di S. Maria Assunta di Bagnoli del Trigno, b. 34, vol. 16, Stato delle anime, 1795.

[2] Francesco Longano, Viaggio per lo Contado do Molise, a cura di Renato Lalli, Marinelli, Campobasso s.d.